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3 gennaio 2016

Eredità, patrimonio, cultura VS modelli digitali (inadeguati)


Qualche giorno fa ascoltavo la mia consueta puntata di 2024 e uno dei temi trattati era l’eredità digitale, argomento triste e pesante. La prospettiva principale da cui veniva affrontato riguardava che cosa succede ai “nostri” contenuti digitali quando non ci saremo più. Gli esempi fatti durante la puntata hanno acceso un ricordo molto vivido della mia infanzia.
Scrivo questo post in parte con mio nipote in braccio, preferisco pubblicarlo così invece che tornarci su e rimuginarci ulteriormente.

Il mio tesssorooo…

Ho un fratello maggiore di 3 anni e una sorella gemella. Abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto per almeno 19 anni, a Chiavari. I primi 9 li ricordo in affitto in un piccolo quartiere vicino al mare, bastava superare il passaggio a livello ed eravamo in spiaggia o alla Colonia Fara, la nostra scuola elementare. Noi 3 bambini dividevamo una cameretta in cui giocavamo insieme. Mia sorella preferiva le bambole ed era molto brava sui pattini. Io preferivo giocare con mio fratello a soldatini, figurine, biglie, carte, lego e costruzioni, oppure in cortile a nascondino, allo sparviero, a correre in bici. Lui era un avido lettore di fumetti, lo spiavo mentre leggeva e aspettavo che li finisse perché a quel punto toccava a me. Eravamo abbonati a Topolino, l’arrivo di ogni nuovo numero era una festa e un sollievo per i miei che potevano tirare il fiato per qualche ora mentre ci eclissavamo in silenzio, sprofondando nella lettura.

Quando mio fratello aveva 8 o 9 anni (io ne avevo quindi 5 o 6) uno dei ragazzi del quartiere gli regalò due cassette della frutta stracolme di Topolino che ormai non leggeva più.

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Credo di poter dire senza sbagliarmi che erano almeno un centinaio di numeri, ma forse anche di più. Probabilmente una parte di quei fumetti erano dei suoi genitori, perché ricordo che il numero più vecchio contenuto nelle due cassette era datato 1958.

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Ricordo come se fosse ieri questo evento non tanto per come si svolse, quanto per l’emozione palpabile che provò mio fratello e quindi anch’io. Sentì una gioia incontenibile ma anche una sensazione simile a quella di chi viene riconosciuto come degno erede che saprà apprezzare il dono. Mio fratello non si staccò da quei fumetti per molti giorni e li trattò con ogni riguardo, erano il suo tesoro personale ed era stato prescelto per goderselo e averne cura.
Quei fumetti oggi sono ancora a casa di mia mamma, finirono prima in cantina e poi nel sottotetto. Topolino è cambiato moltissimo nel frattempo e mi chiedo se in effetti i miei nipoti saprebbero ancora apprezzare quel genere di storie e di avventure, raccontate con quello stile e quel tratto. Scopro adesso che mio fratello li diede a suo figlio quando lo vide appassionarsi di fumetti e anche lui reagì come suo papà più di 30 anni fa.

Eredità o patrimonio?

Il tema dell’eredità digitale lo si potrebbe affrontare guardandolo in modo un po’ più ampio, pensandolo anche come patrimonio. Probabilmente desterebbe qualche interesse in più, dato che l’eredità riguarda eventi futuri ai quali non amiamo pensare.

I libri e i fumetti di carta che ho comprato ho potuto condividerli con i miei nipoti, parenti e colleghi.
L’anno scorso regalai a uno dei mio nipoti la serie completa di Bone in 10 volumi e anche lui reagì come mio fratello con le cassette di Topolino: se lo finì in 3 giorni e volle qualcuno vicino a sé nei passaggi più cupi o avventurosi.
Sempre l’anno scorso, comprai un ebook che lessi con molta attenzione e fatica e che mi aiutò a sbloccare alcuni ragionamenti professionali relativi al pricing. Quando lo finii, desiderai condividerlo con i miei soci e alcuni colleghi, ma non potei farlo a causa del DRM, problema che non avrei avuto se avessi acquistato allo stesso prezzo la copia cartacea.
Questo Natale, in GNV&Partners abbiamo ordinato una decina di libri online. Avrei voluto averli disponibili immediatamente sul mio iPad per sfogliarli durante le feste, eppure non mi ha neanche sfiorato l’idea di proporre l’acquisto della versione digitale. Come avremmo fatto a passarceli?

Durante le feste natalizie ho trascorso qualche stupendo giorno con mio nipote di 6 anni e mezzo. Una sera mi ha chiesto di leggergli un libro prima di dormire e mi ha messo in mano Come si diventa re.
“Questo ti piace, vero?”, mi ha detto.
“Come lo sai?”, gli ho risposto io, folgorata dal ricordo dalla lettura di quel romanzo, che feci durante il periodo della pubertà e che all’epoca mi piacque moltissimo.
“Me lo ha detto la mamma”, che lo trovò tempo fa tra gli scaffali della nostra cameretta. Era lo stesso identico libro che lessi avidamente 27 anni fa e ora mio nipote mi chiedeva di leggerglielo a mia volta.

Proprietà (o usufrutto?) nel mondo digitale

Non sto assolutamente dicendo che la carta vince sul digitale e che i libri di carta non verranno mai sostituiti dagli ebook, tesi che trovo poco utile e interessante. Sto invece dicendo che quando pensiamo o, nel mio caso, progettiamo un prodotto o un servizio e al suo modello di business, non dovremmo mai dimenticarci di esplorare e capire a fondo abitudini, comportamenti, rituali e dinamiche antecedenti all’adozione di ciò che stiamo per proporre sul mercato. Un libro, un brano musicale, un contenuto creato da me e pubblicato su un canale social, i post che scrivo in questo blog… di chi sono? A chi rimangono? Come posso regalare un contenuto che ho già pagato?
Dal punto di vista umano e culturale il non poter eleggere (come minimo) una rosa di eredi, parenti e amici che possano accedere ai contenuti che ho prodotto io o che ho pagato mi sembra un modello di business miope e ottuso, oltre che poco etico. D’altra parte, per chi sta facendo business interpretare il concetto di proprietà (o di usufrutto) in questo modo, spesso con la scusa della privacy, è certamente astuto e remunerativo nel breve termine.

Condividere 1password o il foglio su cui segno tutti i dati di accesso ai servizi digitali che uso è un’idea che trovo ridicola, bislacca e apatica, oltre che di dubbia legalità rispetto agli inadeguati contratti che accetto quando acquisto contenuti digitali. Per quanto mi riguarda e per quanto mi è possibile, prediligerò l’acquisto e/o il consumo di beni, siano essi fisici o digitali, che potrò prestare, regalare o condividere con i miei cari. Purtroppo al momento non mi viene in mente neanche un servizio digitale che abbia intercettato questo bisogno e abbia proposto soluzioni per soddisfarlo.

8 Commenti
  • Mi tocca molto questo tema e lo lego a quello dell’opacità del bene. Mi rendo conto che se cambia la forma del contenuto cambia anche la modalità di trasmissione, ma a me continua a stridere molto: passare una libreria di iTunes non è uguale a consegnare 200 CD o LP. C’è nelle tue parole e nel racconto delle esperienze tue e dei tuoi nipoti, un profondo senso di rispetto per un oggetto che ha un passato. Quel passato vive nella sua forma più ancora che nella sua sostanza. Con il digitale la forma è contemporanea e rimuove il senso del passato (e in qualche modo del rispetto) dal contenuto. Il file mp3 di Sympathy for the Devil dei Rolling Stones dista anni luce dal vinile di Beggars Banquet, ed è la stessa canzone, dello stesso anno. Ma se la passo a mio figlio, non suona uguale…

  • Sì, Matteo. Sono convinta che non sia un problema del canale (digitale in questo caso), ma di come venga usato. Tutto sommato è ancora molto giovane e modelli di business che privilegiano solo il “qui e ora” credo (e spero fortemente) che alla lunga ci sbatteranno il muso.

  • Bella analisi. Ritengo il problema più esteso e andrebbe considerata anche l’obsolescenza tecnologia. Le nostre foto digitali, la musica che acquistiamo, i video di mio figlio che gioca soffrono tutti dell’obsolescenza del supporto su chi sono salvati. Ho VHS di quando ero piccolo ma sono mattoni, in quanto non sono in grado di leggerli. E poi i primi dati su floppy disk, idem. E poi ho salvato le foto di vacanze su CD ma il mio Macbook non ha più il lettore. A quando pure il mio harddisk USB e Dropbox (o simili) saranno la prossima obsolescenza?

  • È vero, è un problema fondamentale e un rischio cruciale. Secondo me chi offre il servizio preferisce non risolverlo o lo fa come adesso, ma non basta. Si può garantire una qualche forma di proprietà o di usufrutto sul mero contenuto a prescindere dal mezzo con cui lo fruiamo? La stessa domanda vale per l’eredità / patrimonio: si può espandere? Alcuni DVD mostravano un avviso in cui si davano brevi informazioni su come, quando e con chi poteva essere visto il suo contenuto.
    È così difficile offrire contenuti digitali rispettando almeno questi principi?
    Per me sono domande retoriche, si potrebbe fare se solo si volesse.

  • Roberto Fumarola
    Gen 4, 2016 alle 12:51

    Ciao Ilaria, bellissimo post che ha stimolato alcuni pensieri in me.

    Il primo
    – Il problema del diritto d’autore è tutto spostato sul digitale e non sull’analogico, probabilmente perché i sistemi per “infrangerlo” hanno un rapporto costo/beneficio diverso.
    Però in questo modo veniamo considerati tutti pirati a prescindere.
    Non poter passare il libro/fumetto/film che ci è piaciuto a chiunque vogliamo (ed attenzione ho detto passare non copiare) è davvero indisponente.

    Secondo
    – Problema tecnologico. Un formato che adesso posso usare potrebbe non esser più supportato in futuro.
    Marco ha citato le VHS, ma io penso anche alle migliaia di diapositive che ha mio padre in cantina e che rappresentano i ricordi della mia infanzia e della mia famiglia che sono praticamente inservibili. Dovrei “riversarle” in un altro formato.
    A questo non c’è una soluzione univoca, qualcuno ci ha pensato e ci sono dei servizi che aiutano nella continuità del media, ma cmq non è alla portata di tutti.

    Terzo
    – La quantità di informazioni e materiali a disposizione adesso è tendente all’infinito. Le foto scattate con i telefoni, le cose che scriviamo in giro, da Whatsapp a Facebook ad un blog come questo. Come saranno archiviate e come potranno essere riprese in futuro?
    Una lettera può essere confermata e durare così nel tempo e poi riletta chissà da chi e chissà quando.
    Ma tutto il resto?

    Ultimo
    – Analogico è memoria e digitale è solo un torrente in piena che passa?
    Boh, forse, ma nel frattempo ci permette di arrivare a tanti e lontano in poco tempo.

  • Il problema dell’eredità digitale è molto ricorrente, in quanto sempre più persone hanno account social dove condividono gran parte della loro vita.Proprio per questo ho da poco scoperto che finalmente c’è qualcuno che ha lavorato e realizzato un servizio per tutelare la privacy delle identità digitali e che permette di creare il proprio testamento digitale in modo semplice e gratuito. Sto parlando di Boxtomorrow, ho letto un articolo a riguardo in un’importante testata.. così ho provato e funziona davvero! Se volete provare ecco il sito ufficiale: http://www.boxtomorrow.com

  • @Roberto: quoto tutte le tue riflessioni. La seconda a mio avviso è un problema diciamo endemico. Mi sembra che venga usato come la privacy per forzare la mano e imporre questi contenuti per uso personale, quando non è mai stato così storicamente. Tra l’altro, vengono proposti con questo vincolo allo stesso prezzo dei contenuti che posso liberamente scambiare con i miei cari. Su questo punto ci vedo l’intenzionale malizia.

    @Marzia: grazie per il link, non conoscevo il servizio. Devo leggermi bene il contratto che lo regola. Il mio dubbio è che la cosa si possa certamente fare, ma non sia legale rispetto agli altri contratti che ho accettato e che vorrei lasciare in eredità. In ogni caso non risolve il problema dal punto di vista del patrimonio, inteso come fruizione condivisa dei beni finché siamo in vita.
    Un ebook acquistato per lavoro, per esempio, vorrei poterlo leggere in contemporanea con i miei soci e condividere note, segnalibri, pensieri. IL non poterlo fare è contrario alla definizione di cultura, che si basa sulle relazioni tra le persone e la diffusione del pensiero.

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