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30 novembre 2017

Oltre Agile.


È sabato 18 novembre e rientro a casa dopo un giorno di Agile Day. Ci sono almeno tre cose che mi sono rimaste incollate dopo questa giornata: la prima ha a che fare con gli All Blacks, la seconda sta nei versi di una splendida canzone, la terza riguarda Agile e Tangible.

Ho voglia di rivedere le tante persone con cui ho condiviso piccoli importanti passi di crescita professionale e personale. Ci tengo ad esserci per ascoltare e sostenere Martina che, insieme a tutti i miei colleghi, sta mettendo in gioco una parte di sé in Tangible. E ho anche voglia di fare due passi nella “mia” Urbino, che ogni volta mi fa provare un piccolo nodo alla gola nel ripensare a quello che ci ho passato durante i miei 19 – 23 anni.
Arrivo giusto in tempo per fare il check-in, salutare velocemente persone con cui vorrei poter scambiare due parole in più e trovare un posto nell’Aula Magna. Mi siedo vicino a Fabio, che nel frattempo è diventato papà. Inizia subito il keynote di Charlie Poole, lo seguo un po’ mentre mi segno i talk che avrei seguito per il resto della giornata.

Cultura e imitazione

Quello di Matteo Carella per me è stato il talk più denso e bello tra quelli che ho seguito. Sarà che l’Agile Day è stato uno dei primi eventi in cui mi sono esposta affrontando la paura di parlare in pubblico, sarà che era il mio periodo da freelance felice ma non del tutto realizzata… comunque sia, in questo #iad17 Matteo mi ha fatto vivere un flashback veramente notevole. Stava spiegando che cosa si intende per cultura e che effetti puoi raggiungere quando cerchi di imitare un modello che non ti appartiene anche se credi di sentirlo tuo. Lo ha rappresentato così:

Giuro che queste due immagini accostate mi provoca un dolore fisico e una sensazione di vergogna e scandalo. A difesa del Milan, va detto che la finta haka non è stata messa in scena dalla vera squadra (che per la cronaca quel giorno fece uno 0-0 col Carpi) ma da un gruppo di attori filmato per uno spot pubblicitario che non ho il coraggio di vedere.
Rivedevo me stessa e i miei ultimi 5 anni in entrambe le immagini. Alla fine del mio percorso da freelance mi sentivo come un All Black in cerca del suo team. Dopo averlo trovato, avevo impiegato un sacco di tempo per realizzare che gran parte delle cose che andavano bene per le attività che facevo da freelance semplicemente non funzionavano se le facevo con la mia nuova squadra. Tutti gli strumenti che avevo affinato studiandoli e provandoli insieme alle persone con cui lavoravo tutti i giorni, con i nuovi colleghi erano diventati un ostacolo perché avevano perso tutto il significato che avevamo attribuito durante lo studio e la costruzione. Erano l’espressione di un codice condiviso e servivano a farmi lavorare meglio, in modo più controllato ed efficace, e a migliorare la comunicazione nel team. D’altra parte, quegli strumenti mi vincolavano a una progettazione di breve termine, troppo concentrata sul prossimo deliverable e sulla fine della prossima iterazione. Dentro di me, avevo già capito che per me design era un’altra cosa e volevo esplorarla senza avere limiti. Usare bene fin da subito quegli stessi strumenti con persone diverse, con cui non avevo condiviso ancora niente, è stato uno dei punti critici che ho fatto più fatica a vedere. Cambiare, per me, significava abbandonare qualcosa di cui vedevo un vantaggio, su cui mi sentivo confidente. Significava mollare una presa, sentire quel fastidioso senso di insicurezza e sperare di sentire presto il gusto di avere le mani libere. Questo passaggio è durato mesi e mesi e per me è rappresentato benissimo dalla foto della finta haka.
Dopo tantissimo lavoro insieme, io e i miei soci ogni tanto ci sentiamo ancora così… ma almeno adesso ne siamo consapevoli. Sì, per fortuna quella sensazione di finta haka mi prende raramente e se succede ancora lo trovo tutto sommato sano.

Matteo mi ha gentilmente inviato i suoi riferimenti e mi ha autorizzato a condividerli qui. Grazie!

How ritual delivers performance, HBR

A leader’s framework for decision making, HBR

A-ha moment

Ora mi trovo in una situazione diversa. Stiamo iniziando a giocare sentendoci sempre di più come gli All Blacks (uso la metafora con la massima umiltà e rispetto). I nuovi colleghi che pian piano stanno entrando nel team non hanno partecipato a questa fase di revisione, abbandono e fusione di principi, valori, processi, metodi e strumenti. Chi arriva oggi entra e respira quest’aria fin dal primo giorno, può contribuire a cambiarla ancora ma non ha visto come ci siamo arrivati.

People support what they help to create.

dice ancora Matteo. Eh già… Chissà se esiste un modo di trasmettere questa cultura riducendo quello sgradevole e goffo periodo di imitazione. 

Nel pomeriggio, ascolto il talk di Gaetano Mazzanti, che mette in una slide il pensiero per cui non trovavo le parole.

Knowledge takes time to acquire and it is expensive to mantain. Information allows a novice to navigate but does not allow to react to unforseen circumstances.

Mi piace molto l’espressione inglese “a-ha moment” e individua proprio quel punto preciso in cui realizzi di avere sviluppato delle ali e che improvvisamente sai usarle. All’inizio piccoli salti, poi brevi voli finché il vuoto non fa più paura. È successo a me e continua a succedermi, spero (ne sono certa) sia successo ai miei soci e ai miei colleghi. Piccoli e importanti a-ha moment su cui stiamo crescendo, cambiando e provando a migliorarci, come professionisti e come persone.
Sono queste le cose che creano l’identità di un’azienda? Non lo so, e mentre cerco la risposta canticchio tra me e me

Chiudi gli occhi, immagina una gioia
Molto probabilmente penseresti a una partenza
Ah si vivesse solo di inizi, di eccitazioni da prima volta
quando tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora
Penseresti all’odore di un libro nuovo, a quello di vernice fresca,
a un regalo da scartare, al giorno prima della festa
al 21 marzo, al primo abbraccio, a una matita intera, la primavera,
alla paura del debutto, al tremore dell’esordio,
ma tra la partenza e il traguardo nel mezzo c’è tutto il resto
e tutto il resto è giorno dopo giorno
e giorno dopo giorno è 
silenziosamente costruire
e costruire è
potere e sapere rinunciare alla perfezione.

(Costruire, Niccolò Fabi)

Quell’“Agile” mai digerito fino in fondo

Charlie Poole ha fatto un keynote di ripasso sui principi Agile. Mi è piaciuto il suo modo poco prescrittivo e molto umano, complice anche il suo sforzo di parlarci in italiano. Ma tra quelli ce n’è uno che non ho mai digerito: “il futuro non si conosce, per questo Agile si concentra su progressi iterativi”. Per tutto il tempo in cui ho provato a tenere fede a questo principio, mi sono sentita una virtuosa del deliverable e una campionessa di affidabilità, ma mi sentivo le ali legate, tenevo l’asticella troppo bassa e scendevo a soluzioni e compromessi senza convinzione. Oggi la mia idea è che per fare design bisogna partire da un principio opposto: il futuro si può e si deve immaginare, lo si progetta per ragioni precise e seguendo linee guida che rappresentano un sistema di valori. Io voglio concentrarmi su questo e vedo i progressi iterativi come un modo che mi aiuta a progettare con questa idea di design in testa. La differenza è sottile, ma è fondamentale. Non intendo dire che Poole si sbaglia e Agile sia sbagliato, piuttosto osservo che anche qui la cultura è una cosa, l’imitazione un’altra. Per il periodo in cui ho cercato di tener fede a questo principio, sentivo che stavo imitando un modello che credevo potesse andarmi bene, ma in realtà non lo sentivo giusto per me.

Poco meno di un anno fa abbiamo iniziato un percorso con Marco Calzolari. Il suo job title mi piace davvero molto: conversation designer. Ci sta aiutando a fare ordine sui nostri talenti e le nostre competenze, la nostra visione del mondo e il lavoro che abbiamo scelto di fare. Nelle prime due giornate che abbiamo fatto insieme, ci ha fatto ragionare sui principi del Manifesto Agile e ricordo che a un certo punto ci siamo incagliati sul terzo:

Working software over comprehensive documentation.

“Marco, abbiamo un problema con la parola software”.
“Benissimo”, ci ha risposto,

“cercate la vostra e sostituitela.”

———–

Disclaimer

Non sono riuscita a trovare l’autore o autrice della foto degli All Blacks scelta da Matteo per le sue slide, mi scuso per non aver trovato un modo di chiedere l’autorizzazione per usarla. Posso però citare il post da cui l’ho presa: http://rugby1823.blogosfere.it/post/293484/nuova-zelanda—la-haka-degli-all-blacks-e-salva
Lo stesso vale per la foto della finta haka milanese, anche in questo caso posso però citare l’articolo in cui è stata usata: http://www.tuttosport.com/news/calcio/serie-a/milan/2016/04/22-10809065/milan_sdegno_e_rabbia_in_nuova_zelanda_dopo_lhaka_di_san_siro/

 

2 Commenti
  • Marianna Zocca
    Dic 1, 2017 alle 10:10

    Condivido pienamente… e questa è la prerogativa di un design mind set. Envisioning! Prototipazione mirata non quantitativa…
    Ci beviamo un caffè?

  • Volentieri. A inizio 2018 vedo alcuni movimenti interessanti in zona Verona / Trento. Teniamoci in contatto!

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