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26 febbraio 2017

Interaction17, day 3: appunti sparsi


Ed eccoci arrivate all’8 febbraio, ultimo giorno di Interaction17. Sarà che si è parlato di rispetto ed etica, della spesso inutile invasività della tecnologia, di werableIoT, veicoli autonomi e case history di progetti a impatto sociale… questa è stata la giornata che forse più delle altre ha toccato le mie corde.

Insegnare design ma anche rispetto

Il keynote della giornata lo ha tenuto Dori Tunstall, rettrice della facoltà di Arte e Design dell’Ontario College e prima donna afro-americana al mondo a occupare questa posizione in una Facoltà di Design. L’impronta che sta dando nasce da un percorso avviato dal governo canadese circa 10 anni fa per riconciliarsi con le popolazioni indigene. Il Governo ha riconosciuto di aver imposto una cultura di stampo europeo anche ai nativi, colonizzando non solo il territorio ma anche il modo di pensare. Grazie alle attività fatte dalla Commissione Truth e Reconciliation, il Canada ha rimodellato tutto il suo sistema didattico e formativo per favorire il recupero e la diffusione delle culture locali che erano rimaste schiacciate da questa colonizzazione dei territori, dei costumi e del pensiero.
Per quanto riguarda la Facoltà di Design, il contributo della Tunstall è stato ed è tuttora quello di introdurre un approccio allo studio che ha chiamato Respectful Design.

Respectful design means valuing inclusivity, people’s culture and ways of knowing.

Questa è solo una delle tante definizioni che la Tunstall sta raccogliendo in Facoltà. Una frase del genere a noi europei può suonare idealista, perché i colonizzatori siamo stati noi e non abbiamo idea di che cosa significhi crescere da colonizzati. Nel contesto canadese che ho provato a circoscrivere, significa invece consentire ai nativi di accedere alla Facoltà per contribuire a dare una nuova definizione di Design che tenga conto delle diverse culture indigene e che non sia vincolato ai dogmi del modello europeo.

Per la Tunstall, il design ha risvolti antropologici perché ha il potere di trasferire principi e valori etici in esperienze. Se sono buoni, le esperienze lo saranno di conseguenza; viceversa le esperienze avranno risvolti negativi se nascono da principi e valori negativi. Anche lei, come Chelsea Mauldin in “Design and Power“, ha sottolineato che è importante rendersi conto che si può fare tanto male quanto bene, serve molta umiltà.

Un’altra parola chiave di Respectful Design non poteva che essere sostenibilità (economica, sociale e ambientale). A questo proposito, ci ha consigliato di provare il Flourishing Business Canvas che, a differenza del “profit-first” BMC, aiuta a descrivere modelli di business pensando fin da subito ai suoi aspetti di sostenibilità.

Inoltre, cosa che mi ha davvero sorpreso, questo canvas aiuta a pensare alla sua co-creazione ma anche alle ragioni che potrebbero portare alla sua volontaria distruzione. Ho il sospetto che Alberta Soranzo e Marco Calzolari ne sarebbero molto incuriositi.
Sicuramente me lo studierò. Non mi dispiacerebbe per nulla provare a rifare il nostro business model basandolo su questo canvas e vedere che cosa ne esce.

A me, il lavoro che sta facendo la Tunstall e, più in generale, il percorso culturale che stanno facendo in Canada sembra talmente immenso che faccio fatica a capire come ci stiano davvero riuscendo. Eppure è così.

Quit stalking me

Poteva mancare un talk su mindfulness e tecnologia? No, ed è stato bellissimo. A offrircelo è stata Liza Kindred, che di mestiere fa tipo 5 cose (giornalista, imprenditrice, autrice di libri ecc.), il tutto intorno al mondo della moda e della tecnologia. È da un pezzo che cerca di capire che bisogno abbiamo davvero di certe invenzioni, se ci risolvono qualcosa o se in realtà ci stanno togliendo focus e attenzione alle cose che contano. Va be’, avete capito: mindfulness.

Giusto due numeri

Nei primi 15 minuti, la Kindred ha sfornato un bel po’ di dati per provare a quantificare e qualificare lo spazio che occupa la tecnologia oggi nella nostra vita. Purtroppo non conosco le fonti, credo che descrivano in particolare la situazione in USA. Sbirciando sul suo Slideshare, vedo che è giustamente abituata a citarle, ma nelle slide che abbiamo visto noi non ricordo di averle viste.

  • dal 2008, esistono più oggetti connessi che esseri umani;
  • dal 2013, riusciamo ad accedere più facilmente a uno smartphone che a un bagno;
  • gli americani passano più di 10 ore al giorno davanti a uno schermo;
  • 1 persona su 5 si sveglia durante la notte per controllare il suo telefono e i social media;
  • il 61% dei bambini minori di 2 anni sa interagire con uno schermo touch e il 43% di loro guarda la tv ogni giorno;
  • il 90% di noi ha lo smartphone vicino a sé 24 ore al giorno, 7 giorni su 7
  • il 71% di noi dorme con lo smartphone vicino e, tra questi, circa il 3% si addormenta con il telefono in mano (e molti si svegliano perché gli cade durante il sonno);
  • se perdete il portafoglio, è probabile che ve ne accorgerete dopo circa 26 ore; se perdete il telefono lo farete forse entro 68 minuti;
  • il tempo medio di risposta a una email è di 90 minuti; a un messaggio di testo (chat o sms) è di 90 secondi.

Sì, anche io mi sono sentita pervasa da una vaga preoccupazione e un pelino di nausea.

9 mindful tech values

Nella seconda parte del suo talk, ha spiegato punto per punto i 9 principi che possono guidare l’innovazione verso idee migliori:

  1. Progetta per connessioni umane
  2. Risveglia i sensi
  3. Crea gioia e utilità
  4. Fai sparire la tecnologia
  5. Progetta per disconnettere
  6. Costruisci in ampiezza e in profondità
  7. Semplifica. E poi semplifica ancora
  8. Riduci il digital-divide
  9. Realizza qualcosa di cui il mondo ha bisogno

Tra i tanti buoni esempi, ha citato Horus, un dispositivo per ipovedenti o non vedenti nato tra Chiasso e Milano.

Tra i cattivi esempi, non poteva mancare l’Apple Watch, liquidato con un bel “has a long way to go“. Personalmente, non posso che darle ragione: gli ho dato due chance e entrambe le volte è tornato in ufficio con un gran senso di liberazione. Tra l’altro, è rimasto lì nella scatola, nessuno dei miei colleghi vuole provarlo…

La Kindred ha chiuso con una citazione molto mindful:

Parti dal punti in cui ti trovi.
Usa ciò che hai.
Fai ciò che puoi.

Dopo il suo talk, ho iniziato a seguire Here is your reminder, un tweet-bot che seleziona alcune delle valanghe di inutili notifiche che i nostri device e le nostre app si premurano di inviarci.

https://twitter.com/tinycarebot/status/835844052708900865

WTF.

(Comunque, veramente brava la Kindred).

Agent e Agency: dov’è il controllo?

Questo è stato uno dei talk più pesanti (nel senso di peso specifico, ovvero di quantità di informazioni concentrate in poco tempo) di tutta la conferenza, non perché fosse difficile da capire ma perché conteneva molte implicazioni filosofiche ed etiche. Ho deciso che me lo studierò con più calma appena uscirà il video.

Intanto, partiamo dalle parole chiave:

  • Agency: la capacità, condizione o stato di agire o di esercitare potere. 
  • Agent: chi è autorizzato ad agire per o al posto di qualcuno. Nel campo dell’informatica: un’applicazione progettata per automatizzare alcune attività.

Il senso del discorso di Zachary Paradis provo a riappuntarmelo qui per come l’ho capito io, e sicuramente sarà molto riduttivo. Abbiamo inventato le macchine perché ci aiutassero a fare ciò che non era nelle nostre capacità fisiche. Per chiarire le cose, Zachary ha spiegato il concetto raccontando com’è cambiata l’agricoltura in USA con l’evolversi delle macchine agricole. A me, come esempio, viene in mente la storia dell’ascensore raccontata da Federico Buffa in uno dei video che ho visto per prepararmi al viaggio a New York (al minuto 1:40)… poi guardo questo concept di prodotto di Thyssenkrupp, che probabilmente nei prossimi anni cambierà di nuovo gli skyline delle metropoli:

Fino a pochi anni fa, il controllo di queste macchine era nostro, ma ora che abbiamo internet negli oggetti e l’intelligenza artificiale, gli agents si sono moltiplicati e non è più chiaro dove stia il controllo. Possiamo progettare sulle base di analisi predittive (anzi: le analisi predittive danno una senso all’IoT), ma soprattutto dobbiamo trasferire sulle macchine la capacità di agire sulla base di questo pensiero:

Voglio che tu capisca che cosa avrei fatto io in questa situazione, e voglio che tu lo faccia al posto mio invece che risparmiarmi tempo.

Che effetto fa stare su un’auto che guida da sola

Matt Yurdana di Intel ha parlato, guarda un po’, anche lui di fiducia e IoT (giuro che il nostro talk a Verona lo avevamo pensato prima che uscisse lo schedule della conf). Intel sta lavorando insieme ai più grossi produttori di auto del mondo per produrre un sistema di bordo in grado di far guidare la macchina da sola e anche per loro la questione “fiducia” è cardine, va intesa come sicurezza, comfort, confidence (intraducibile) e sotto controllo.

Come designer, ho la sensazione che un aspetto cruciale al pari della fiducia sia lo shift di attenzione che siamo chiamati a fare quando siamo seduti in un veicolo a guida autonoma. Quando sono sul taxi o sul treno, so che posso distrarmi perché qualcuno sta guidando al posto mio. Su un veicolo a guida autonoma, la situazione è ibrida: devo controllare qualcosa e allo stesso tempo posso delegare qualcosa, non posso distrarmi ma del resto devo fidarmi che il veicolo saprà fare da solo… Non riesco a farmi venire in mente nessun prodotto digitale in cui il modello di interazione sia basato su questo stato di attenzione passiva, o di distrazione attiva.

Progettare per favorire un cambiamento sociale positivo

Nel pomeriggio ho seguito i talk sui cambiamenti sociali e la democratizzazione dei servizi digitali.

Secondo Masuma Henry, agency (cioè, lo ricordo, la capacità, condizione o stato di agire o di esercitare potere), access (la possibilità di accedere ai servizi digitali) e action (le azioni che intendiamo consentire agli utenti) sono i punti di base sui quali progettare modelli di business democratici. La tecnologia non è la risposta, è un alleato e un acceleratore.

Elena Matsui di Rockfeller Foundation e Anneli Westerberg di Fjørd hanno raccontato due progetti di service design in Africa.
La Matsui ha spiegato che 1/3 del cibo prodotto in tutto il mondo non raggiunge la tavola perché si perde lungo il viaggio, e che il 50% della frutta e verdura marcisce prima. Rockfeller Foundation ha stanziato un investimento di decine di milioni di $ per ridurre questo spreco e la Matsui si è ritrovata in Africa al fianco degli agricoltori locali, alla ricerca dei motivi che provocano questo spreco. Ha scoperto che aveva origine dai sacchi usati per imbustare la produzione, che perdevano più dell’80% del prodotto (nel suo caso si stava occupando di cereali). Ha progettato dei nuovi sacchi che costavano il 10% in più di quelli vecchi, ma sprecavano solo il 10% del prodotto. Convincerli a investire sui nuovi sacchi è stato difficile perché gli agricoltori avrebbero dovuto spendere di più per 2 anni prima di raggiungere il break even e iniziare a vedere il ritorno economico. È finita che la Matsui è rimasta molti mesi con loro per abituarli al cambiamento e alla fine, aiutandosi con nudges e schemini, ci è riuscita.
La Westerberg ha lavorato a un progetto lo-fi a Idjwi, la più remota delle isole congolesi. Il progetto consisteva nel portare internet a 2G sull’isola e a trasferire l’ownership agli abitanti, che oggi sono in grado di gestire la rete in autonomia.

L’ultimo talk che ho seguito è stato quello di Oda Scatolini, un biologo brasiliano che ha creato un servizio veramente low-cost per individuare la Zika, la Dengue e la Chikungunya, cioè tre tipi di zanzare che stanno causando molti danni (incluse malformazioni sui feti) in un sacco di aeree del mondo. Come al solito ‘sti maledetti insetti si moltiplicano in zone umide, dove ristagna l’acqua. I cittadini stanno usando dei metodi fatti in casa per trovare le uova, ma il problema è che ognuno fa da sé e misura la presenza di uova a modo suo, così non si riesce a coordinare un intervento mirato. Scatolini ha creato un sistema open source a bassissimo costo per creare le trappole di uova, misurare la presenza di zanzare segnalata dai cittadini e consentire di fare debellamenti mirati molto efficaci. Il progetto si chiama AeTrapp e ora lo sta promuovendo WWF e finanziando Google.

WWF-Brazil – Google Social Impact Challenge 2016 – AeTrapp – Citizen Monitoring of Aedes Mosquitoes Populations from oda scatolini on Vimeo.

Arrivederci

Sì, arrivederci a New York, che è una città pazzesca. In 4 giorni siamo riuscite a vedere la metà delle cose che avremmo voluto, complici anche un paio di giorni di freddo a -7 e vento al quale non eravamo preparate.

Arrivederci a Marco, che ho avuto il piacere di (ri)incontrare alla conferenza e con il quale abbiamo diviso e commentato 2 giornate su 3. Ciao e in bocca al lupo per le sfide che ti aspettano!

E poi arrivederci a… non so quale sarà la prossima big conference che seguirò, ma questa è valsa il viaggio.

Letture consigliate

Se penso alle condizioni del mio comodino mi prende male. Ho 26 libri da leggere (ma ne ho altri sulla scrivania di casa e altri 8 circa che mi aspettano in ufficio). Ormai la sveglia è sepolta sotto un muro di pagine. Nel tempo che impiego a finire un libro, ne spuntano altri due. Mi segno qui le letture che hanno consigliato e che spero di riuscire a fare in tempi brevi:

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