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24 novembre 2014

Perché giocare seriamente con i LEGO Serious Play


Era da un po’ che volevo provare a fare un po’ di gioco serio con i LEGO e a novembre ci sono riuscita, seguendo due workshop e un talk. Volevo provarci perché è da un po’ che ne sento parlare nel mio network e gli atteggiamenti verso il LEGO Serious Play che ho visto finora sono di vario tipo: entusiasmo, curiosità, scetticismo oppure rifiuto.
In questi casi, tendo sempre più verso la curiosità e quindi il modo migliore per farmi un’idea era di non perdere le occasioni e provare. Ho avuto i miei assaggi all’8° Summit di Architettura dell’Informazione e al Superstart di Ancona, più un talk all’Agile Day.

Ecco il racconto delle cose che ho fatto o capito.
E poteva mancare una riflessione generale finale? Chiaramente no. Infatti il post finisce con un bel dubbio – domandone – pippone – consiglio.

Disclaimer: le foto che ho usato per questo post sono mie, di Andrea Mariottini e Giacomo Andrenelli.

Dare vita alla tua visione di prodotto con i LEGO Serious Play

workshop di Stelio Verzera, venerdì 7 novembre 2014, 8° Summit IA (Bologna)

3 ore e mezza molto intense. A occhio eravamo in 30 divisi in 6 tavoli da 4/5 persone. A mio parere, Stelio ha tenuto molto bene il workshop, aiutato da Andrea Bandera e Claudia Pellicori. 15 minuti di premessa e contesto, e poi giù con le mani nei mattoncini.
La prima piccola sorpresa è che anche questo tipo di giochi tridimensionali hanno i loro ice-breakers. Il kit ufficiale dei LEGO ne propongono due che in un attimo spalancano le porte sul gioco e la sua potenza emotiva.
Stavo per mostrarli, ma se chi mi legge avrà l’occasione di fare una prova, gli rovinerei il gioco. Quindi niente foto dei warm-up.

Poi abbiamo iniziato a giocare sull’oggetto del workshop. Il prodotto proposto da Stelio era la macchina del tempo. Abbiamo costruito i nostri modelli individuali che rappresentavano le nostre emozioni / idee (positive e negative) su un prodotto di questo tipo.

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Questo modello descrive quello che penso possa succedere nel caso in cui qualcuno utilizzi molto male la macchina del tempo.

Per arrivare da un modello individuale a un modello collettivo (non sono sicura si dica così, ma spero si capisca) occorre fare altri passaggi in più a seconda del livello di completezza che si vuole raggiungere. Visto il contesto e i vincoli di tempi, Stelio ha preferito tenerci sui modelli individuali, invitandoci a usare due strumenti (interviste e value proposition canvas) per raccogliere e distillare informazioni utili a individuare le possibili vision di prodotto.

Chiaccherando con Lorenzo nei giorni successivi, ho scoperto che alcuni designer stanno usando i LEGO in alcune fasi della progettazione della user experience (User Requirements with LEGO e LEGO Learning Design Experience). Qualcuno li sta usando anche in fase di ricerca con gli utenti.

Condividere obiettivi e prendere decisioni con i LEGO Serious Play

talk di Lorenzo Massacci, sabato 15 novembre 2014, Italian Agile Day (Ancona)

In 50 minuti, Lorenzo ha messo in luce gli aspetti che rendono questo strumento efficace e molto potente rispetto ai classici fogli e post-it. Le cose che mi sono rimaste più impresse, perché ho potuto sperimentarle e verificarle di persona, sono queste:
  • lasciar andare le mani, senza premeditare troppo, attiva una risposta completamente diversa, autentica e spontanea
  • un modello tridimensionale astratto racconta molto di più di quanto si possa fare con una frase ragionata e scritta su un post-it
  • in più consente di dare risposte molto diverse tra loro. Con i post-it ho rilevato un certo adeguamento del linguaggio e del lessico, che tende a “costringere” le discussioni entro certi parametri
  • la partecipazione e l’attenzione delle persone coinvolte è molto attiva e motivata

Lorenzo ha trovato anche un modo per coinvolgere i partecipanti facendo un piccolo esercizio di warm-up.

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Co-creare una strategia con LEGO Serious Play

workshop di Lorenzo Massacci e Paolo Manocchi, giovedì 20 novembre 2014, Superstart (Ancona)

Abbiamo avuto quasi 4 ore di tempo e in questo workshop i 4 team sono riusciti a costruire un modello collettivo partendo dai nostri modelli individuali. L’obiettivo assegnato era quello di “ridefinire il sistema educativo italiano”, mica pizza e fichi.
Abbiamo usato i modelli individuali per descrivere la cosa peggiore che abbiamo vissuto o pensato della scuola. Ce li siamo raccontati e poi li abbiamo messi insieme con lo scopo di descrivere la nostra quintessenza dell’aspetto negativo della scuola.

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Il risultato era un modello più grande, combinazione di modelli individuali, che un membro del team doveva raccontare come se fosse una storia in cui tutto il team potesse riconoscersi.

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Lo stesso esercizio lo abbiamo fatto per raccontare il “come vorremmo che fosse la scuola”. Ed ecco i modelli che avevamo creato alla fine del workshop. A mio parere, sono bellissimi :)

modello1 modello2 modello3 modello4

Il modello tocca le corde dell’empatia

Cito le parole di Giacomo, che conosco da quasi due anni grazie a un progetto su cui stiamo lavorando. Eravamo nello stesso team nel workshop di Superstart, ci conoscevamo tutti e, finito il warm-up, ha commentato semplicemente così:

Mi è piaciuto vedere queste persone, miei colleghi, attraverso i loro modelli Lego.

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Se ripenso ai modelli che ho visto nascere in pochi minuti e a quanto fossero eloquenti rispetto alla persona che li aveva costruiti, al suo modo di vedere le cose, alla sua storia… beh, non so come dire. Mi vengono in mente queste parole: rispetto, sensibilità, profondità, esperienza ed emotività.
E per quanto ci si possa impegnare, una riunione fatta di parole o di post-it non smuove queste corde, rimane sempre a un livello razionale e controllato.

Voglio dire che se scrivo su un post-it

bambino che ha una percezione fantasiosa e creativa del mondo al suo primo giorno di scuola.

e poi confronto questa frase con questo modello, su cui abbiamo lavorato…

bambino

… ecco. Punto.

Il modello è tuo

È vero. Finito di costruirlo, il modellino era mio e mi dispiaceva da matti distruggerlo. Con i post-it non succede!

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Questo è il modello con cui ho rappresentato il mio peggior ricordo relativo alla scuola.

E ora, un passetto indietro.

È uno strumento (potente)

Terminata l’onda emotiva e l’effetto wow da prima volta, sono arrivata al fatidico “e quindi?”.
Quindi.
Non c’è dubbio che sia uno strumento davvero potente.
Appunto. Strumento. E come tale, bisogna saperlo usare molto bene. Chi è andato a certificarsi, è tornato dicendo di aver visto la punta di un iceberg ed io, come designer e (oggi) anche socia di un’azienda, devo fare selezione ed economia sugli strumenti che uso per lavoro. Ora che l’ho provato, sono felice di sapere che ne esiste uno così potente ed eclettico. So che potrei approfondirne alcuni usi specifici nel campo del design e magari lo farò. Mentre per tutte le altre applicazioni mi rivolgerei ai facilitatori certificati.

Il punto è: qual è il problema?

Da quando sono una piccola imprenditrice, ho iniziato ad esplorare un modo nuovo, certamente complesso e, a tratti, anche confuso, almeno nella mia attuale capacità di comprendere il dominio del “fare impresa”. Potessi avere la lucidità che ho quando progetto soluzioni a problemi di design (altrui), forse riuscirei a orientarmi meglio.
Il “fare impresa” non te lo insegnano a scuola, anche se forse a qualche corso di economia ti danno alcune basi relative ad alcuni aspetti specifici. O, almeno, non era nei programmi di studio del percorso che ho fatto io, che di certo non è stato una linea retta.

Nelle introduzioni di Stelio, così come nel talk di Lorenzo e nel workshop di Lorenzo e Paolo al Superstart, si è detto che le applicazioni dello strumento sono ampie e svariate. Alcune di queste mi toccano molto da vicino:

applicazioni

Ce n’è qualcuna che mi sembra particolarmente delicata.
Scegliere un facilitatore significa fidarsi di lui e delegare a lui la conduzione e l’esito di momenti di confronto cruciali. Se in questi confronti si è deciso, per esempio, di definire ed evolvere un modello di business o di costruire una cultura condivisa, devo credere che il facilitatore che sceglierò abbia esperienza in cultura d’impresa, che sappia che cosa significa costruire un team, gestire le persone, rischiare, investire… Se poi è anche innamorato dello strumento che sceglierà di usare per aiutarmi a risolvere quel problema, tanto meglio.

Non sto dicendo che siccome questo passaggio non mi è chiaro, allora lo strumento è inutile o inefficace. Tutt’altro. Sto dicendo che per mettere la costruzione di un brand o di una vision nelle mani di un facilitatore, ho bisogno di sapere quali siano la sua cultura e la sua esperienza in questi campi.
E questo è forse il consiglio che posso dare a tutti i facilitatori LEGO Serious Play (e, in fondo, non solo a loro): completate la comunicazione sullo strumento raccontando bene in quali campi sapete usarlo e perché. E in questa comunicazione cercate di essere chiari, trasparenti e convincenti. Non teorici, insomma.

Ripenso a una riflessione di qualche giorno fa, durante una retrospettiva interna sul nostro kanban. A un certo punto Fabio, che era il nostro facilitatore, ci ha mostrato un coltello e una forchetta e ci ha chiesto quale dei due fosse più utile secondo noi. C’è chi ha risposto il coltello, chi la forchetta e chi dipende.
Ecco.
LEGO Serious Play è utile? Dipende. Dipende da qual è il problema da risolvere. Dipende dalle persone chiamate a confrontarsi con quel problema e dalla loro capacità di rapportarsi con quel problema (e non solo con quello). Dipende se chi userà i LEGO per risolvere quel problema ne conosce il dominio.

Se guardo a quello che stiamo costruendo in GNV, vedo che non ci importa poi molto degli strumenti con cui risolviamo i nostri problemi interni. Quando ci siamo fatti aiutare da facilitatori esterni, non abbiamo chiesto se avrebbero usato i LEGO, la retrospettiva o non so cosa. Ci siamo presentati così per come siamo e abbiamo descritto i sintomi di alcune situazioni di disagio.

Se il sintomo è “facciamo fatica a prendere decisioni”, forse è perché c’è un problema nel team, ma forse il problema può essere nella vision o negli obiettivi. Abbiamo bisogno di un facilitatore perché da soli non sappiamo capirlo. Ma se il facilitatore scelto ha esperienza nelle dinamiche dei team, ma non ne ha in cultura d’impresa, come facciamo a capirlo?

“If I had an hour to solve a problem I’d spend 55 minutes thinking about the problem and 5 minutes thinking about solutions”, diceva Einstein.

Scegliere un facilitatore è come scegliere un dottore o uno psicologo: prima viene la diagnosi, poi le possibili cure.

Amici coach, ricordatevi che alcune decisioni come definire una vision sono come un’operazione a cuore aperto. Scegliete il vostro dominio, specializzatevi e poi comunicatecelo bene. Aiutateci a capire se siete voi le persone giuste o se è meglio che andiamo da un altro. Se poi la soluzione che troviamo sarà 100 volte più efficace con i LEGO, beh… grazie 100 volte di più.

3 Commenti
  • una fantastica modalità di formazione, se lo scopo è lavorare sul team working o sui processi di creatività

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