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23 luglio 2014

Quello che serve e quello che vale


Luca Scarpa, Fabio Fabbrucci, Nicolò Voylpato, Jacopo Romei, Davide Casali, Riccardo Ghignoni, Marianna Cerato ed io

Nell’ultimo anno e mezzo le scelte e i cambiamenti che ho fatto sono stati enormi. Lo vedo ora, guardandomi indietro. Se mi avessero detto che avrei vissuto quello che è successo poi, chissà se le avrei fatte davvero. Forse mi sarebbe sembrato tutto così grande che è possibile che avrei valutato di non cambiare. Troppa fatica, troppe difficoltà, troppi ostacoli, troppe decisioni da prendere e chissà cos’altro.

Invece le ho fatte ponderandole, sì. Ma un conto è immaginarsi le cose, un altro è viverle. Per fortuna non sapevo quello che avrebbero comportato. In più occasioni, mi hanno detto che la strada che stavo imboccando era una scelta di “sicurezza”, che mi avrebbe fatto rimanere nella mia comfort zone.

Ora che guardo indietro e scruto in avanti, se c’è una cosa di cui sono certa è che mi sono allontanata dalla mia comfort zone e che ho intrapreso un viaggio che ogni giorno che passa mi allontana sempre di più da lì. E sto bene, mi sento orgogliosa e coraggiosa per aver dato il giusto ascolto a quelle osservazioni e aver voluto proseguire comunque su questa strada, che oggi più che mai sento profondamente mia. E nostra.

Più o meno l’altro ieri.

Fino a poche settimane fa, ero freelance. Facevo le mie scelte, dovevo dare risposte agli altri e agire, ma queste cose le facevo da sola. Ci mettevo davvero poco ed ero solo io a pagare le conseguenze di una decisione giusta o sbagliata. Di fatto, non avevo un confronto, il bilancio lo facevo tra me e me. Mi mancava sempre qualcosa e avevo continuamente il sospetto di poter fare di più e meglio.

Un anno e mezzo fa ho avuto 4 opportunità per abbandonare la strada da freelance, sono state settimane da “Sliding doors”. Mi capita spesso di ripensarci.

Oggi

Da fine giugno sono socia di GNV&Partners, una tappa di un viaggio iniziato a febbraio dell’anno scorso. Ora come allora, ci accomunava una visione del nostro lavoro: fare design e farlo bene. Ma bene veramente (e non sto qui a disquisire sui dettagli di cosa questo significhi). Era ed è semplice, tanto semplice quanto difficile è farlo.
I miei soci ed io venivamo da percorsi diversi. Solo adesso, guardandomi indietro, vedo e capisco bene le differenze tra noi e solo adesso mi sembra che siamo pronti per fare tesoro di tutto, di quello che siamo, delle nostre attitudini, delle cose che preferiamo e in cui siamo più bravi, di quelle che non sopportiamo, di quello che serve e di quello che vale.
Dicevo che è difficile farlo, e lo è anche se trovi le persone giuste, con la tua stessa visione. Bisogna sperimentare, creare il contesto, costruire fiducia e relazioni, fare spazio, lasciare tempo. Le prime volte che mi dicevano che stavo diventando un’imprenditrice, storcevo il naso. Ma ora che stiamo intraprendendo tutto questo, non posso che sentirmi così. E mi ci sento bene, perché lo sono a modo mio e lo siamo a modo nostro, nel rispetto del nostro passato, di noi come individui, dei principi che ci guidano, ascoltando gli altri, provando percorsi che conosciamo e iniziando a farne di nuovi.

Il design è un processo in cui confluiscono componenti razionali e componenti emozionali. Entrambe hanno bisogno di ricerca, esperimenti, test, comprensione, apprendimento, ma mentre le componenti razionali riescono a rispondere più facilmente a un ritmo cadenzato da iterazioni e rilasci, dati e metriche, quelle emotive tendono a sfuggire da questi schemi e hanno più bisogno semplicemente di osservazione, tempo, riflessione, spazio, concentrazione.
Terminato il corso con Folletto e Jacopo, una delle prese di coscienza più grandi è stata che il mio approccio razionale al design non stava dando spazio alla sua componente emotiva. Il metodo stava ostacolando il processo e, di fatto, stavo impedendo il generarsi di nuove opzioni. Negli ultimi anni, le iterazioni e il contratto a iterazioni mi sembravano imprescindibili, per esempio. Ma oggi inizio a credere che siano solo una possibilità. Oggi trovo limitante e costrittivo fare design (così per come lo intendiamo noi) solo ed esclusivamente a iterazioni. È uno dei modi, e come ogni modo ha i suoi pro e i suoi contro.

Capire il valore.

Mettere in discussione le iterazioni significa mettere in discussione il contratto. Dal contratto al prezzo, dal prezzo al valore, dal valore alla visione, dalla visione ai principi e alle persone… sto ritornando sui miei passi per vedere se ho perso dei pezzi per strada e sì, è così. Capire il valore del nostro lavoro è strategico e cruciale. Stiamo cercando di capire che cosa il cliente considera valore, ma anche il valore per noi, le cose che ci rendono felici e orgogliosi di un progetto.

Esiste un solo modo di dare un prezzo a questo valore?
Quanto possiamo prescindere da quello che è importante per noi?
Che cosa ci rende diversi e unici rispetto agli altri?
Possiamo ragionare sul valore prima che sul metodo con cui raggiungerlo?

1 Comment
  • Beh, complimenti! Mi piace l’attenzione che dai al valore, il percorso che hai intrapreso e come lo affronti.

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