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30 settembre 2012

Distrazione e saturazione.


Scrive Norman in “Vivere con la complessità”:

“Interessante” mi sono detto entrando in una stanza piena di monitor. C’erano molte pompe da infusione, display digitali e monitor. Tutta la stanza era piena di luci rosse dei display, del bianco dei grafici su schermi di computer. “Interessante”, ho detto, “avete messo tutti questi monitor in un solo posto in modo da poter vedere come stanno tutti  i pazienti?
“No”, ha detto uno dei medici, “che cosa vuol dire?”
“E allora dove sono i pazienti?”, ho chiesto, immaginando che la risposta sarebbe stata “nelle stanze vicine”.
“Proprio qui”, ha detto il medico, ovviamente perplesso per la mia domanda. “Proprio qui nella stanza, di fronte a lei.”
Ho guardato con attenzione e ancora non riuscivo a vedere neanche un paziente. Una delle infermiere si è mossa e ha indicato con un dito. “Oh”, ho detto. C’erano così tante apparecchiature, così tanti display e monitor che non riuscivo nemmeno a vedere il paziente. Certo, era un reparto di pediatria, perciò quel particolare paziente era piccolo. Ma comunque questa resta una buona illustrazione della medicina moderna: dal punto di vista dei medici, il paziente è un insieme di risultati dei test e di letture numeriche. Il paziente come persona tende a essere dimenticato.
(…)
Il medico curante stava fuori della porta della stanza del paziente, ascoltava la rassegna dei risultati dei test fatta da tutti gli interni. Poi discutevano i risultati e prendevano ulteriori decisioni. Poi (…) il medico curante bussava alla porta aperta, infilava la testa e diceva “Come sta oggi, signor Forbes?”. Tutta qui, l’interazione con il paziente.
Questa immagine si attaglia molto bene non solo al mondo medico. Penso al mio e ho capito che hai un problema con la tecnologia e con internet se:

  • ti affidi a tripadvisor o a foursquare più che ai consigli della gente del luogo, o semplicemente al caso
  • non chiedi più indicazioni a sconosciuti, perchè preferisci le mappe
  • (corollario: non sai metterti alla guida se non hai il navigatore)
  • quando sei in compagnia vai su facebook, twitter, email ecc, ignorando la conversazione e le persone con cui sei
  • durante una conversazione vai subito a verificare la veridicità delle affermazioni dei tuoi interlocutori, magari fidandoti più di wikipedia
  • non sai fare a meno di condividere i tuoi stati d’animo (anche intimi) o un’esperienza personale o professionale che hai vissuto
  • non riesci più a finire un libro o un film, perché preferisci stare online o in chat
  • ti scordi lo smartphone a casa e provi un senso di smarrimento
  • non hai copertura 3G e cerchi una wifi disperatamente, ovunque ti trovi

(…continuo?)

Sì, ho iniziato a far parte di quel gruppo di persone che pensano che questo modo di usare internet in mobilità sia invasivo, maleducato, irrispettoso, eccessivo, naif.
Da un altro punto di vista, continuo a veder nascere progetti zeppi di meccanismi di following, gruppi/ branchi e condivisione pubblica. Negli ultimi mesi ho visto davvero poche vere novità e inizio a essere veramente satura di dovermi iscrivere all’ennesima community. Ma perché dovrei spendere il mio tempo così? Tra l’altro trovo davvero irritanti sia l’oggettiva impossibilità di gestire la privacy mia e dei miei contatti su siti come Facebook; che l’impossibilità di applicare un sano controllo sui minorenni da parte dei loro genitori.

In questi giorni ho osservato i miei piccoli nipoti crescere, li ho visti completamente immersi nelle attività che fanno. Ho visto il modo diretto in cui scoprono il mondo, le relazioni, l’etica, l’educazione, la fiducia, il rispetto. I loro genitori si tengono a una buona distanza di sicurezza da questi luoghi virtuali e mi sento abbastanza tranquilla. Mia cognata mi spiega che quando inizieranno a iscriversi a questo o quel social network, li controllerà. Lei fa l’insegnante alle scuole medie in Svizzera e ama il suo lavoro. Le ho chiesto se ha un’idea di che rapporto abbiano i suoi giovani allievi con questi strumenti di conversazione. Risposta: “Brutto. Si iscrivono a Facebook dichiarando di essere maggiorenni, così bypassano il controllo dei genitori. Li vedo entrare in prima media pronti all’ascolto, curiosi di imparare. Arrivano alla quarta senza interessi, si sentono in ogni momento e non saprei dirti se almeno qualcuno di loro abbia una vera passione per qualcosa. Mi chiedo che cos’abbiano mai da dirsi il giorno dopo, se si sono sentiti in continuazione per tutto il giorno prima, fino a prima di spegnere la luce”.

Non voglio scadere nel catastrofista o nel banale, né fare campagne pro o contro. Osservo solo che spesso usiamo internet e le nuove tecnologie in modo scriteriato, sembriamo bambini senza genitori e senza attenzione per chi ci sta vicino.
Nel pezzo di Norman trovo particolarmente interessante la sua aspettativa: una stanza per vedere la situazione generale e tutte le altre per parlare con i pazienti. A me sembra che questa sia la giusta soluzione, cioè un luogo e un momento adatti per usare i social-cosi e tutti gli altri per fare il resto. E poi ok a quelle poche app che ha davvero senso usare in mobilità senza risultare cafoni e senza ricadere nella social-tossicità. Ma quali sono davvero? In questi giorni ho visto mio cognato usare l’app Bolla per montare le mensole dritte e Viber, al posto del telefono (io e i miei parenti siamo dislocati in 3 Stati). E stop. Guardo quelle che ho installate nel mio smartphone, sono 105: un gruppetto di sistema, il gruppo social-tossico, il gruppo utile, un marasma di app che uso per lavoro e un gruppo che non uso. Ho trovato interessante il concetto dietro la nuova Passbook, anche se tutto da verificare. E poi? Escluse quelle social, trovo utili e non invasive Meteo, Viber, Note, Dropbox, Evernote, iPatente, Fineco, iMetano, ProntoTreno (anche se potrei semplicemente chiedere al controllore) e SportsTracker.

Alcune delle cose che ho segnato nell’elenco qui sopra le ho fatte anch’io e non intendo farlo più, non sono utili e soprattutto mi distraggono da ciò che amo davvero.

PS: sì, con questo post sto mescolando almeno 3 argomenti: user experience, l’educazione dei nativi digitali, invettive varie oltre che situazioni anche un po’ personali. Prendetelo così, come un bilancio di 3 anni.
PPS: Grazie a Chiara, la persona con cui più spesso mi sono confrontata e scontrata su questi argomenti.

4 Commenti
  • Quanto hai ragione..
    Ti consiglio un libricino su questo: “Il profumo dei limoni. Tecnologia e rapporti umani nell’era di Facebook” di Jonah Lynch

    Cito dalla quarta di copertina:
    “Cosa c’entrano i limoni con la tecnologia? Un limone colto dall’albero ha la scorza ruvida. Se la si schiaccia un poco ne esce un olio profumato e d’improvviso la superficie diventa liscia. E poi c’è quel succo asprigno, così buono sulla cotoletta e con le ostriche, nei drink estivi e nel tè caldo! Tatto, olfatto, gusto. Tre dei cinque sensi non possono essere trasmessi attraverso la tecnologia. Tre quinti della realtà, il sessanta per cento. Questo libro è un invito a farci caso.”

    Mi ha aiutato molto a guardare alla tecnologia come a una piccola, seppur splendida e utilissima, componente del mondo in cui viviamo.. Perché per come sono fatta il rischio di impantanarmici è dietro l’angolo :)

    Su amazon:
    http://www.amazon.it/profumo-limoni-Tecnologia-rapporti-Facebook/dp/8871809939/ref=sr_1_2?s=books&ie=UTF8&qid=1349028218&sr=1-2

  • Ilaria Mauric
    Ott 1, 2012 alle 8:29

    Grazie Leonora, libro segnato :)

  • Chiara Canonici
    Ott 3, 2012 alle 17:07

    Bellissimo post Ila. Sottoscrivo in pieno. Quante interessanti discussioni abbiamo fatto a riguardo! Grazie .)

  • Ottimo tema quello che sollevi. Sono d’accordo sull’impatto delle nuove tecnologie e dei nuovi strumenti sulle generazioni.
    Non concordo sul “modo” in cui segnali queste situazioni.
    Nel senso che seppur spieghi che il post è un po’ a braccio e seppur confessi di aver scritto verticalmente su più temi mischiandoci anche il personale secondo me hai utilizzato un modo “giornalistico” che lascia un punto di vista basato sulla sensazione, su un’analisi poco approfondita e che crea quel “rumore” che secondo me invece è proprio quello che genera ansia e “allarmismo”.
    Alla fine quasi, forse rileggendolo, ti accorgi di essere stata un po’ catastrofista, e lo spieghi… però l’hai fatto. :)
    Insomma, già a voce ti dissi che qualcosa non mi filava, solo ora trovo il tempo di metterci 10 righe di commento. Secondo me è un buon tema che va approfondito. Avrei preferito un altro tono in cui segnali queste riflessioni. Una raccolta col rastrello di sensazioni (influenzabili dal periodo che vivi in quel momento), di opinioni di amici e parenti (che non offrono da soli una casistica di base) e di esperienze varie come una lettura di Norman e una chiacchierata con una maestra di scuola in Svizzera (che attraversano temi molto diversi tra loro) secondo me sono dati molto influenzabili dallo stato d’animo.
    Nel 1920 probabilmente qualcuno si lamentava delle troppe auto, che inquinavano, che non servivano, che le generazioni future sarebbero cambiate.
    Mio nonno ancora non capisce perché a 18 anni ho cambiato il terzo telefonino e si lamentava che eravamo schiavi del consumismo, e che faceva male alla salute.
    Sicuramente è vero che l’auto inquina e che ci ha cambiato le nostre abitudini, ma ha cambiato anche le nostre potenzialità. Anche il telefono cellulare sicuro è meno salutare che il telefono con il filo, ed è diventato uno status-simbol cambiando i nostri comportamenti, ma ha cambiato anche le potenzialità.
    Potrei fare altri mille esempi.
    Su questo post secondo me sei troppo “scazzata”, forse perché hai identificato il tuo limite/modo d’uso di certi strumenti accorgendoti di averne abusato. Benvenuta! Come l’hai fatto tu è giusto che lo facciano altri. Ognuno fa il suo corso e sceglie il suo limite. E ci sta che sia diverso di persona in persona :)

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